Dopo la necropoli:
Castelletto Ticino nel Golasecca I C (675-625 a.C.)
Il periodo I C rappresenta a Castelletto Ticino un momento di eccezionale espansione demografica, indiziato dalle numerosissime tombe attribuibili sulle due sponde del Ticino: il centro protourbano ha ormai già alcune migliaia di abitanti, in buon numero probabilmente posti a servizio della navigazione fluvio-lacuale, mentre artigiani specializzati si dedicano alla produzione di elaborati vasi d’impasto e di manufatti in metallo che comprendono anche ricchi bronzi laminati, come le situle delle tombe di guerriero di Sesto Calende. Monumentali tombe a tumulo (tomba del Bacile a Castelletto, prima tomba di guerriero a Sesto Calende) caratterizzate da oggetti di pregio d’importazione dai centri etrusco-italici evidenziano l’accresciuto potere delle famiglie - e non solo degli individui - più in vista e l’attestazione di doni ai capi locali da parte di mercanti provenienti dall’Italia centrale. Sono questi doni ed i rapporti che presuppongono, che consentono alle città dell’Etruria tirrenica e padana (da Cerveteri a Bologna) di utilizzare le genti di Golasecca come vettori affidabili e garanti delle loro linee commerciali verso l’Europa transalpina. Nella stessa epoca il vino comincia a venire importato in anfore tirreniche da trasporto lungo la via fluviale, bevuto anche in preziose coppe di bucchero ceretano (attestate a Castelletto ed a Sesto Calende), mentre si avviano i primi esperimenti di coltivazione, per adattamento o per innesto, di vitigni appenninici in alberata (alteno) per avviare una produzione vinaria locale a sostegno della domanda per un consumo non elitario.
Non casualmente, dunque, è proprio in questo periodo che la decorazione della situla della prima tomba di guerriero di Sesto Calende mostra la più antica raffigurazione di questi cavalieri e capi durante una cerimonia di sacrificio, in cui già compaiono distinti quei “portatori di spada”, il ceto dominante da cui prende nome secondo un’ipotesi recente il popolo degli Insubri. È quasi certamente a questo popolo che si deve ricondurre già la cultura di Golasecca, l’unica dell’Italia dell’età del Ferro che ancora manca di un riferimento chiaro ad un ambito etnico.
Ma la situazione di bilinguismo nel rapporto con mercanti etrusco-italici produce un altro importante progresso, in un quadro di eccezionale precocità anche nell’ambito dell’Italia settentrionale. A Castelletto Ticino ed a Sesto Calende, già intorno al 650 a.C. sono presenti iscrizioni in lingua celtica locale realizzate dai mercanti locali adattando un alfabeto tipico dell’Etruria meridionale. Significativo che la più antica iscrizione finora nota in ambito golasecchiano sia un cippo di proprietà in pietra riferibile alla stratificazione del Golasecca I C nell’abitato di località Belvedere sulla collina della Mirabella. La diffusione della scrittura marca l’avvio di un’economia urbana e colloca virtualmente gli Insubri di Golasecca al di fuori della preistoria, avvicinandoli ormai a tutti gli effetti per livello culturale al quadro delle altre popolazioni italiche.

