I golasecchiani

Con questa denominazione viene definita una particolare cultura protostorica, sviluppatasi nel Canton Ticino, nei Grigioni, in Piemonte ed in Lombardia occidentale, tra le Alpi ed il Po, specialmente intorno al bacino verbano ed a quello comasco, tra il 900 ed il 370 a.C., durante la prima età del Ferro.
Il territorio circostante l’uscita del Ticino dal lago, caratterizzato da una serie di ghiaioni e cateratte, che giustificano il toponimo di “Golasecca”, era protetto da un anfiteatro di colline moreniche e si costellò di piccoli e grandi villaggi, con scali per la gestione della navigazione e controlli nei punti nodali di scambio dei prodotti provenienti dall’ambiente mediterraneo-etrusco e destinato ai mercati transalpini.

Significative testimonianze, restituite da necropoli rinvenute in occasioni di scavi, ed il riscontro delle più antiche iscrizioni fin dal VII secolo a.C.  hanno permesso di verificare l’appartenenza degli abitatori a popolazioni autoctone di lingua celtica.
Le loro sepolture, ascrivibili al rito dell’incinerazione, erano spesso protette da strutture in pietra più o meno complesse. Dopo il rogo, le ceneri venivano riposte all’interno di un’urna, sovente decorata con sequenze geometriche dette “denti di lupo”, chiusa da una ciotola-coperchio capovolta. Un bicchiere accessorio, dotazione per il viaggio nell’al di là, veniva riposto, spesso unitamente a gioielli bronzei, all’interno dell’ossuario. Generalmente erano identificabili da un segnacolo in pietra posto sopra la tomba, raramente reperibile in contesti odierni.

L’esame di numerosi reperti, sistematicamente documentati, prova la specializzazione commerciale ed artigianale della popolazione radunata nei grandi centri protourbani, come Castelletto Ticino, che traevano sussistenza da un ampio territorio agricolo dipendente. Dal VII secolo a.C.  si coltivava la vite, era attestato un alto livello artigianale in particolare nella lavorazione dei metalli  artigianali e  sviluppata era l’arte della filatura e tessitura.
Le case risultano in media di dimensioni ridotte ed a carattere monofamigliare, costituite da una struttura autoportante  “a blocco” in tronchi  immersati ad incastro  sugli angoli o da telai di pali completati  da pareti in paglia e fango secco, coperte da assicelle lignee o da paglia e rami intrecciati. In posizione elevata su pali si collocavano granai e fienili.  Molti caratteri costruttivi costituiranno le basi della tradizione delle baite alpine. I pavimenti erano realizzati in sabbia e ciottoli, sistemati a vespaio e ricoperti di argilla concotta, o da tavolati lignei. Recenti scoperte archeologiche di iscrizioni su pietra e su ceramiche funerarie hanno consentito di far risalire la pratica della scrittura al VII secolo a.C. e di riconoscere il processo di adattamento alla lingua locale (celtico cisalpino, tradizionalmente definito ambiguamente “leponzio”) dell’alfabeto mutuato dai mercanti etrusco-italici.

Nel V secolo il convergere di diversi fattori (una disastrosa piena del Lago Maggiore, lo spostamento del ruolo principale verso i centri protourbani di Como, Bergamo, Milano, Brescia, collegati da una rete stradale alle città etrusche della Cisalpina, l’esposizione alle  prime incursioni di gruppi gallici transalpini) portò al declino progressivo dei centri golasecchiani insediati sulle sponde del Ticino.  La popolazione della cultura di Golasecca avrà però una continuità diretta nel popolo storico degli Insubri, che costituirà dal IV secolo intorno alla capitale federale di Mediolanium e con ridotti apporti di elite guerriere transalpine una delle più consistenti popolazioni galliche in Italia.